Di recente ho già parlato in merito alla non direttività del counseling rogersiano , ma dopo una seduta che ho ricevuta, ho pensato di scrivere questo breve commento. Per chi non fosse addentro all'argomento il counseling, che rientra nelle relazioni di aiuto, può essere impostato in modi differenti nel confronto del cliente, a seconda delle scuole di riferimento.
Il metodo di Carl Rogers, fondamentale per la maggior parte delle scuole di counseling, viene definito "non direttivo" in quanto il counselor non cerca di imporre la propria visione né di dare consigli, ma lavora per portare il soggetto alla manifestazione del proprio sentire più profondo, senza essere influenzato, e quindi alla scoperta e all'uso delle proprie capacità. Empatia ed ascolto sono strumenti imprescindibili di questo approccio.
Il pensiero che guida questa visione è che la persona, incoraggiata ad esprimersi dalla presenza discreta del counselor, che non cerca di imporre il proprio punto di vista, riesca finalmente a tirare fuori pensieri, emozioni ed a fare riflessioni che altrimenti avrebbe difficoltà a lasciare affiorare.
Di recente, è capitato di rendermi conto anche di un'altra cosa che mi era sfuggita in questo approccio e che invece mi ha poi molto colpito.
Mentre si parla con il counselor e si esprime quel che si sente, può capitare di avere dei momenti di vuoto, di silenzio, dovuti al fatto che si prova difficoltà a lasciar andare un pensiero che ci provoca disagio, ma a volte tale silenzio può essere dovuto anche al fatto che non si ha niente da dire perché ci si è arenati.
E questo silenzio, che pesa, unito all'attenzione che il counselor gli rivolge, può spingere il cliente ad andare oltre al normale livello di riflessione.
Non solo si cerca qualcosa da dire per se stessi, ma può capitare che il soggetto senta la responsabilità verso la persona che gli dedica attenzione, ovvero se questa persona mi sta ascoltando seriamente, forse è il caso che anche io mi impegni seriamente. A quel punto non va più bene una risposta qualsiasi, una frase qualsiasi, ma si cerca di trovare dentro di sé qualcosa che ci rispecchi veramente. Se questa persona è qui per me, e me lo sta dimostrando, allora forse vale la pena che anche io sia qui per me.
So che può sembrare scontato che una persona che si è rivolta ad un counselor e sia anche disposta a pagare per il suo aiuto, sia sinceramente spinta ad intraprendere un percorso serio su di sé, ma non sempre è così, o almeno non del tutto. Per questo l'ascolto attento (non il silenzio distratto) può aiutare la persona a mettere in moto la sua capacità di introspezione e manifestazione.