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Il derviscio e la principessa (le illusioni del mondo)
Sufismo
Danzatori sufiNelle prime pagine del suo "Danza coi sufi", Alberto F. Ambrosio inserisce questa storia dell'incontro di un derviscio con una principessa di rara bellezza. La storia riecheggia l'illusione del mondo (del mondano), nelle cui spire tutti ci dibattiamo. Ho sentito l'affinità con la visione orientale della percezione della realtà ed ho pensato di proporvela. La storia può essere letta letteralmente, oppure alla luce dei simboli nascosti fra le parole. Buona lettura!


Un re aveva una figliPalazzo Beylerbey a Istanbul: photo by Antonio Francoa bella come la luna, che aveva popolato il mondo di folli innamorati e ovunque suscitava tumulti indomabili con i suoi languidi sguardi colmi di ebrezza. Le guance aveva bianche come canfora, i capelli parevano di muschio, l'acqua di vita al cospetto delle sue labbra sarebbe svaporata. Chiunque, contemplando anche solo un atomo di tanta bellezza, avrebbe smarrito all'istante la ragione e se lo zucchero avesse potuto conoscere la dolcezza delle sue labbra si sarebbe liquefatto per la vergogna.
Volle il destino che un derviscio, in cammino per il mondo, volgesse lo sguardo a quella splendida luna. Aveva, quel misero, una pagnotta di pane raffermo, dono di un fornaio, e non appena i suoi occhi caddero su quello splendido volto, essa gli scivolò di mano e finì nella polvere. Quando la fanciulla gli passò davanti come fuoco e s'allontanò ridendo, l'infelice si sentì sprofondare nella polvere della via. Non possedeva che metà della sua vita e mezza pagnotta: di colpo si vide spogliato di entrambe.
Senza pace giacque sulla strada per giorni e notti, con il respiro mozzato dal pianto e dai sospiri. Al ricordo del riso di quel volto di rosa le lacrime gli stillavano copiose sulle guance come da nuvola infelice. Vagò per sette anni sconvolto dal dolore, dormendo ogni notte tra i cani del vicolo della fanciulla. I servi e i domestici di costei vennero a conoscenza della cosa, tennero consiglio e decisero, i malvagi, di tagliargli la gola. Ma la fanciulla, segretamente, fece chiamare il derviscio e gli disse: «Come potrebbe una del mio rango accompagnarsi ad un uomo del tuo pari? Sappi che hanno deciso di ucciderti, e allora fuggi, vattene e non sostare un minuto di più sulla mia porta!». Il derviscio così le rispose: «Dal giorno in cui t'incontrai ho ritratto le mani dal mondo, essendo divenuto ebbro di te. Oh, centomila anime tormentate come la mia possano a te donarsi in ogni ora! Ebbene, poichè vogliono uccidermi senza ragione, almeno rispondi a questa mia domanda: tu, che in quel giorno divenisti la causa dell'ingiusta mia condanna, perchè mi sorridesti?». La principessa così gli rispose: « O ingenuo, quando ti vidi così miserabile, risi di te perchè mi era lecito ridere della tua condizione, ma il sorriderti sarebbe stato dono eccessivo!». Così disse, poi svanì come fumo e ogni cosa accaduta fu come se non fosse accaduta mai.¹

 



Nota:
Farïd ad-dïn 'Aţţār, Il verbo degli uccelli, a cura di C. Saccone, Milano SE, 1997, ''. 41-42.
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